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Il diario oracolare: scrivere per ascoltarsi meglio

in Tarocchi

Scrivere ha un modo tutto suo di mettere ordine. Pensieri che nella mente sembrano accavallarsi, emozioni difficili da definire, intuizioni arrivate quasi di sfuggita acquistano una forma diversa quando finiscono sulla pagina. Se alla scrittura si aggiunge il linguaggio simbolico di una carta, può nascere una pratica molto semplice e personale: il diario oracolare.

Non occorrono particolari capacità di scrittura e nemmeno lunghe interpretazioni. Bastano un quaderno, una carta e un po’ di disponibilità a osservare ciò che emerge. L’immagine offre un punto di partenza, mentre le parole permettono di seguirne il filo e di collegarlo a ciò che stiamo vivendo. A volte nasceranno pagine intere, altre volte resteranno soltanto una frase o una parola. Va bene comunque: il diario non deve diventare un altro compito da svolgere bene.

Il diario oracolare come spazio personale

Una delle cose che trovo interessanti della scrittura è che ci costringe, in qualche modo, a rallentare. Nella mente possiamo passare da un pensiero all’altro molto velocemente; sulla pagina dobbiamo scegliere le parole, e proprio mentre le scegliamo capita di accorgerci che ciò che pensavamo di sentire non era esattamente quello.

Un quaderno può raccogliere una domanda, una sensazione, il ricordo di un sogno, una frase ricevuta durante una lettura, qualcosa accaduto durante la giornata o semplicemente un pensiero che continua a tornare. Non tutto deve necessariamente condurre a una grande comprensione. Il valore può stare anche soltanto nell’aver fermato per qualche minuto qualcosa che, altrimenti, sarebbe passato insieme a tutto il resto.

Con il tempo quelle pagine diventano anche una memoria. Permettono di riconoscere temi ricorrenti, domande che cambiano, momenti che credevamo insuperabili e che oggi guardiamo da un altro punto. È difficile accorgersi di quanto cambia il nostro modo di vedere le cose mentre ci siamo dentro; ritrovarlo scritto mesi dopo può raccontarcelo molto meglio della memoria.

Partire da una carta

Quando non sappiamo da dove cominciare, una carta può essere un ottimo punto di partenza. Non è necessario conoscerne subito tutti i significati né cercare immediatamente l’interpretazione corretta. Prima possiamo semplicemente guardarla. Quale dettaglio attira l’attenzione? Che cosa ci piace? Che cosa ci infastidisce? Quale parola viene spontaneamente in mente? C’è qualcosa nell’immagine che richiama il momento che stiamo vivendo?

Da qui la scrittura può iniziare quasi da sola. Possiamo chiederci che cosa quella carta ci stia facendo osservare oggi, quale emozione muova oppure a quale situazione della nostra vita la stiamo associando. La stessa carta, incontrata a distanza di tempo, potrebbe raccontarci qualcosa di completamente diverso, perché nel frattempo siamo cambiati noi.

È proprio questo che rende interessante un diario oracolare: non costruisce un catalogo di significati fissi, ma conserva l’incontro tra un simbolo e un momento della nostra storia. Il centro non è la carta da decifrare perfettamente, ma ciò che nasce mentre la osserviamo.

Scrivere dopo una lettura di Tarocchi o Oracoli

Il diario può essere particolarmente utile anche dopo una lettura. Una stesa porta con sé immagini, parole e collegamenti e non tutto viene assimilato nello stesso momento. Alcune cose ci raggiungono immediatamente, altre diventano più comprensibili soltanto dopo qualche giorno.

Possiamo annotare la domanda da cui siamo partiti, le carte che ci hanno colpito maggiormente, una frase che vogliamo ricordare e ciò che è rimasto ancora aperto. Non serve trascrivere l’intero consulto. È spesso più interessante conservare ciò che ha lasciato una traccia e tornarci successivamente.

Rileggendo, possiamo accorgerci che una carta inizialmente considerata secondaria è diventata significativa, oppure che una frase che ci aveva colpito moltissimo non ci riguarda più nello stesso modo. Il diario permette di osservare anche questo movimento e impedisce alla lettura di rimanere congelata nel significato che le avevamo attribuito nel momento in cui l’abbiamo ricevuta.

Una pratica semplice, senza troppe regole

Il diario oracolare può essere quotidiano, settimanale oppure comparire soltanto quando ne sentiamo il bisogno. Personalmente non lo trasformerei in una disciplina rigida: se per ascoltarsi bisogna prima ricordarsi di rispettare una tabella, rischiamo di perdere per strada proprio la parte più interessante.

Si può estrarre una carta al mattino e scrivere poche righe, oppure farlo la sera ripensando alla giornata. Si può partire da una domanda precisa o semplicemente chiedersi: “Che cosa merita la mia attenzione oggi?”, “Quale emozione sto facendo fatica a riconoscere?”, “Che cosa continua a tornare nei miei pensieri?”, “Che cosa mi suggerisce questa immagine?”. Anche una domanda molto semplice può aprire una scrittura sorprendentemente ricca.

Chi ama creare un piccolo rituale può scegliere un luogo tranquillo, accendere una candela o prendersi qualche minuto di silenzio prima di iniziare. Chi invece preferisce aprire il quaderno sul tavolo della cucina mentre beve il caffè può ottenere un’esperienza altrettanto significativa. Il rituale può aiutare a creare uno spazio, ma non è ciò che rende autentico quello che scriviamo.

Una parola da portare con sé

Tra le pratiche più semplici c’è quella di scegliere una parola. Può arrivare dalla carta, da ciò che abbiamo appena scritto, da una lettura o da una sensazione particolarmente presente: calma, fiducia, confine, coraggio, pazienza, radici, ascolto. Non occorre cercare una parola particolarmente bella; è più interessante scegliere quella che in quel momento sembra avere qualcosa da dirci.

Possiamo scriverla in cima alla pagina e tornarci la sera chiedendoci se durante la giornata abbia assunto un significato diverso. Una parola come “confine”, per esempio, al mattino può sembrare astratta e diventare molto concreta quando ci accorgiamo di aver accettato qualcosa che in realtà non volevamo fare. “Pazienza” potrebbe mostrarci non soltanto dove dobbiamo aspettare, ma anche dove stiamo aspettando fin troppo. È nel rapporto con ciò che accade che una parola smette di essere soltanto una bella intenzione.

Anche qui non c’è nulla da dimostrare e soprattutto non dobbiamo costringerci a trovare collegamenti ovunque. Ci saranno giorni nei quali la parola sembrerà seguirci e altri nei quali ce ne dimenticheremo completamente. Il quaderno rimarrà lì anche domani.

Rileggersi nel tempo

Forse la parte più interessante di un diario arriva quando smettiamo per un momento di scrivere e cominciamo a rileggere. Dopo settimane o mesi possiamo riconoscere parole che tornano, carte che abbiamo incontrato più volte, domande che sembravano fondamentali e che oggi non ci porremmo nemmeno più. Possiamo anche scoprire che continuiamo a raccontarci una determinata situazione sempre nello stesso modo.

La rilettura non serve a giudicare ciò che avevamo scritto né a stabilire se le interpretazioni delle carte fossero giuste o sbagliate. Serve a vedere il percorso. Una pagina appartiene alla persona che eravamo nel momento in cui l’abbiamo scritta; incontrarla di nuovo da un punto diverso può farci percepire cambiamenti che altrimenti sarebbero difficili da riconoscere.

È per questo che un diario oracolare può diventare qualcosa di più di una raccolta di carte estratte. Conserva pensieri, reazioni, intuizioni, dubbi e piccoli spostamenti interiori. Non dà necessariamente risposte e non deve farlo. Crea piuttosto un luogo nel quale possiamo tornare e ascoltare come cambia nel tempo il nostro modo di raccontare ciò che viviamo.

Alla fine servono davvero poche cose: un quaderno, una penna, eventualmente un mazzo di Tarocchi o di Oracoli e qualche minuto in cui non dobbiamo produrre niente di perfetto. Si apre una pagina, si guarda un’immagine e si comincia da ciò che c’è. A volte usciranno molte parole, altre volte soltanto una. Può bastare anche quella.

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