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Cosa sono davvero i Tarocchi Evolutivi

in Tarocchi

Mi considero una cartomante tradizionale. Lo dico subito perché, quando si parla di Tarocchi Evolutivi, può nascere l’idea che esista una specie di confine netto: da una parte la cartomanzia, con le sue domande sul futuro e sugli sviluppi delle situazioni; dall’altra un uso delle carte esclusivamente introspettivo, nel quale chiedere che cosa accadrà sembra quasi diventato sconveniente.

Io questo confine non lo sento. Leggo i Tarocchi anche per osservare come può evolvere una situazione, quali tendenze emergono, che cosa raccontano le carte di un rapporto o di un momento particolare. Credo però che faccia una grande differenza il modo in cui si conduce una lettura e, soprattutto, il posto che decidiamo di dare alle risposte.

Per me l’aspetto evolutivo comincia proprio qui. Non nel togliere ai Tarocchi la loro storia divinatoria, ma nel non trasformarli in uno strumento al quale consegnare continuamente la propria vita.

Cartomanzia tradizionale e approccio evolutivo possono convivere

I Tarocchi sono stati utilizzati in modi diversi nel corso del tempo e continuano a esserlo. C’è chi li consulta prevalentemente per conoscere gli sviluppi di una situazione, chi lavora soprattutto con il simbolo e l’introspezione e chi, come me, non sente la necessità di scegliere rigidamente tra queste due possibilità.

Durante una lettura posso osservare una tendenza futura e, nello stesso momento, chiedermi che cosa stia accadendo alla persona nel presente. Posso leggere una relazione e accorgermi che il punto più interessante non è soltanto sapere come si comporterà l’altro, ma capire perché quella situazione sta occupando così tanto spazio. Posso vedere una possibilità nelle carte senza trasformarla nella promessa che debba necessariamente realizzarsi.

È il contesto a fare la differenza. Le carte non arrivano nel vuoto: arrivano dentro una storia, in un momento preciso e davanti a una persona che porta desideri, paure, speranze e qualche volta anche una risposta che vorrebbe sentirsi confermare a tutti i costi. Far finta che tutto questo non esista significherebbe, secondo me, leggere soltanto metà della stesa.

Non tutte le domande meritano la risposta che chiedono

Ci sono domande assolutamente legittime sul futuro. Se sto valutando un progetto, una collaborazione, un cambiamento o una situazione affettiva, posso voler sapere quale sviluppo mostrano le carte. Non trovo nulla di sbagliato in questo.

Ma ci sono momenti nei quali la domanda racconta già moltissimo prima ancora di girare una carta.

“Mi ha lasciata per un’altra, ma io lo amo ancora. Tornerà?”

Ecco. Tecnicamente potrei prendere il mazzo e cercare la risposta. Ma qualche volta la prima cosa che mi verrebbe da dire è molto meno solenne: “Ma lascialo dov’è, amore mio bello. Fammi un’altra domanda”.

Naturalmente ogni storia è diversa e una battuta non può contenere la complessità di una relazione. Ma dietro quell’ironia c’è una cosa che considero importante: non tutte le domande ci fanno bene nello stesso modo. Possiamo passare mesi a chiedere quando tornerà qualcuno senza domandarci perché stiamo ancora aspettando, che cosa ci tiene legati a quella storia o che cosa desidereremmo per noi se smettessimo, almeno per un momento, di mettere l’altra persona al centro.

Una cartomante non è obbligata, secondo me, a diventare un distributore automatico di risposte. A volte il lavoro più interessante consiste proprio nel riconoscere che dietro la domanda pronunciata ce n’è un’altra che sta cercando spazio.

Il ruolo di chi legge non è soltanto interpretare le carte

Conoscere i significati degli Arcani è fondamentale, ma non basta. Una lettura avviene nell’incontro tra il mazzo, la domanda, chi legge e chi riceve la lettura. Servono esperienza, attenzione e anche la capacità di capire quando una carta sta aggiungendo qualcosa e quando, invece, siamo noi a volerle far dire più di quanto mostri.

Questo comporta anche una responsabilità nel modo in cui si restituisce ciò che emerge. La stessa carta può essere raccontata in maniera drammatica, categorica, rassicurante a tutti i costi oppure con la misura necessaria per lasciare alla persona lo spazio di comprenderla. Le parole della cartomante fanno parte della lettura quanto l’interpretazione simbolica, perché una frase detta come una sentenza può pesare molto più a lungo di quanto immaginiamo.

Non significa addolcire tutto. Se una stesa mi sembra mostrare una difficoltà, non vedo motivo di trasformarla per forza in qualcosa di piacevole. Ma c’è una grande differenza tra dire ciò che vedo e comportarmi come se conoscessi una verità indiscutibile sulla vita di chi ho davanti.

Per questo non credo nemmeno nella cartomante che decide per la persona. Posso dire che cosa vedo nelle carte, quali elementi mi sembrano importanti, dove noto una contraddizione o quale sviluppo appare più probabile. Poi però quella vita non è la mia. Il confine, per me, sta anche qui.

La previsione non deve diventare una gabbia

Una delle parti affascinanti della cartomanzia è proprio la possibilità di interrogare ciò che ancora non conosciamo. Non sento il bisogno di negarla per rendere i Tarocchi più rispettabili o più “evoluti”. Mi interessa però ricordare che una previsione nasce da una lettura fatta in un determinato momento e dentro determinate condizioni.

Questo cambia il modo di riceverla. Se le carte mostrano un’apertura, possiamo osservarla senza cominciare a vivere aspettando che arrivi. Se mostrano una difficoltà, possiamo tenerne conto senza considerarla una condanna. E se indicano una tendenza, possiamo chiederci anche quale parte dipenda dalle nostre azioni e quale invece appartenga a elementi che non possiamo controllare.

Il problema, per me, nasce quando la previsione prende il posto della vita. Quando si torna continuamente sulle stesse domande, si cercano conferme a distanza di pochi giorni oppure ogni nuovo avvenimento viene interpretato soltanto in funzione di ciò che avevano detto le carte. A quel punto il Tarocco, invece di ampliare lo sguardo, rischia di restringerlo.

Preferisco una lettura che lasci qualcosa da osservare e poi permetta di tornare a vivere.

Il simbolo aggiunge ciò che una risposta secca non può dare

Se i Tarocchi servissero soltanto a rispondere sì o no, gran parte della loro ricchezza andrebbe persa. Un Arcano non contiene soltanto un esito: contiene immagini, relazioni, movimenti, tensioni, figure che avanzano e altre che aspettano, personaggi che guardano in una direzione mentre qualcosa accade alle loro spalle.

È qui che il mio modo di leggere diventa anche evolutivo. Non mi interessa soltanto arrivare alla risposta finale. Mi interessa quello che succede lungo la strada.

Una carta può mostrare che una possibilità esiste e contemporaneamente raccontare la paura con cui la stiamo avvicinando. Una stesa su una relazione può suggerire un’evoluzione e nello stesso tempo mettere in evidenza uno squilibrio che merita attenzione. Una domanda sul lavoro può aprire un discorso sul valore che attribuiamo a ciò che facciamo, sulla difficoltà di esporci o sul bisogno di sicurezza che continua a frenare una scelta.

Non bisogna necessariamente trasformare ogni consulto in un viaggio nell’inconscio. Qualche volta una domanda è semplice e può rimanere semplice. Ma quando le carte aprono una porta interessante, mi sembra un peccato richiuderla soltanto perché eravamo arrivati cercando un sì o un no.

Allora, cosa sono davvero i Tarocchi Evolutivi?

Per come li intendo io, non sono un altro tipo di Tarocchi e nemmeno la negazione della cartomanzia tradizionale. È il modo di stare dentro la lettura a cambiare.

Posso interrogare il futuro senza considerarlo immobile. Posso parlare di una relazione senza dimenticare la persona che ho davanti. Posso dare una risposta senza pretendere che diventi una verità assoluta. Posso leggere una tendenza e, nello stesso tempo, osservare che cosa quella situazione sta mettendo in movimento nel presente.

E soprattutto posso decidere che qualche volta vale la pena fermarsi prima di girare un’altra carta.

Perché magari siamo partiti chiedendo ancora una volta se quella persona tornerà e scopriamo che la domanda interessante è diventata un’altra: se tornasse davvero, sarebbe ancora ciò che vogliamo?

Ecco, lì comincerei a mescolare il mazzo.

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