Perché continuiamo a fare la stessa domanda ai Tarocchi?
in Tarocchi
Ci sono domande che facciamo ai Tarocchi una volta sola e poi lasciamo andare. E ce ne sono altre che sembrano avere una specie di calamita incorporata. Facciamo la domanda, ascoltiamo la risposta, magari la comprendiamo perfettamente e per qualche ora ci sentiamo persino più tranquille. Poi passa un giorno. Ne passano due. Succede qualcosa, oppure non succede proprio niente, e il pensiero torna lì: e se chiedessi di nuovo?
Naturalmente possiamo anche raccontarcela bene. Non stiamo rifacendo la stessa domanda: la stiamo formulando diversamente. Prima era “Tornerà?”, adesso è “Come evolverà la situazione tra noi?”. Prima avevamo chiesto che cosa provasse, adesso vogliamo sapere che intenzioni abbia. E se proprio vogliamo essere prudenti possiamo cambiare mazzo, che non si sa mai. Il problema è che i Tarocchi, con una certa irritante precisione, spesso si accorgono benissimo che stiamo ancora girando intorno alla stessa cosa.
Non credo ci sia nulla di strano. Quando qualcosa ci coinvolge davvero, soprattutto nelle relazioni, nell’attesa di una risposta o davanti a una situazione incerta, sapere una cosa una volta sola può non bastare. Non perché la lettura precedente fosse necessariamente poco chiara, ma perché nel frattempo siamo tornati ad avere paura, a sperare, a immaginare scenari. E allora vorremmo un’altra conferma.
Perché sentiamo il bisogno di chiedere ancora?
Una lettura di Tarocchi può mostrarci una tendenza, uno sviluppo possibile, una dinamica in corso. Ma non sempre riesce a fare ciò che, in certi momenti, vorremmo soprattutto ottenere: eliminare l’incertezza.
Se sto aspettando che qualcuno mi cerchi, per esempio, posso ricevere una lettura molto chiara e continuare comunque a guardare il telefono. La carta non ha cancellato l’attesa. Se devo prendere una decisione importante, posso vedere nelle carte possibilità, ostacoli e direzioni interessanti, ma poi quella decisione devo ancora prenderla io. E se una relazione è sospesa, sapere quale sviluppo appare più probabile non significa necessariamente riuscire a stare tranquilli fino a quando qualcosa accadrà davvero.
È proprio in quello spazio che può nascere il desiderio di rifare la domanda. Non stiamo sempre cercando nuove informazioni. A volte stiamo cercando sollievo.
E il sollievo ottenuto attraverso una nuova lettura può funzionare, almeno per un po’. Il problema nasce quando dura sempre meno e abbiamo bisogno di interrogare nuovamente le carte per ritrovarlo. A quel punto non stiamo più osservando una situazione: stiamo cercando di controllare attraverso i Tarocchi qualcosa che, almeno per il momento, non possiamo controllare.
Ma allora non si può mai ripetere una domanda ai Tarocchi?
Certo che si può. Le situazioni cambiano, le persone prendono decisioni, accadono fatti nuovi e quello che tre mesi fa era soltanto una possibilità può essersi trasformato completamente. Non avrebbe molto senso sostenere che, una volta fatta una lettura, una questione non possa essere mai più interrogata.
La differenza, secondo me, sta nel capire se è cambiato qualcosa nella situazione oppure se è cambiato soltanto il nostro bisogno di sentirci dire nuovamente la risposta.
Se dopo una lettura avviene un fatto significativo, può avere perfettamente senso tornare alle carte. Una persona che non sentivamo da mesi ricompare, arriva una proposta di lavoro, una relazione cambia improvvisamente direzione, dobbiamo prendere una decisione che prima non esisteva: la situazione è diversa e anche la domanda può esserlo.
Se invece ieri abbiamo chiesto “Mi scriverà?” e oggi chiediamo “Avrò presto sue notizie?”, forse possiamo concedere al mazzo una giornata libera.
Quando le carte cominciano a contraddirsi
Ripetendo molte volte la stessa domanda può accadere anche qualcosa di piuttosto destabilizzante: le letture sembrano non raccontare più la stessa storia. Una stesa suggerisce apertura, quella successiva appare più difficile, un’altra sembra tornare positiva. A quel punto, invece di sentirci più sicuri, siamo ancora più confusi e viene spontaneo pensare che serva un’altra lettura per capire quale delle precedenti fosse quella “giusta”.
È un meccanismo dal quale può diventare difficile uscire.
Non penso che questo significhi necessariamente che i Tarocchi abbiano improvvisamente smesso di funzionare. Una lettura fotografa simbolicamente un momento, una dinamica e le energie che attraversano quella situazione. Alcune cose possono muoversi. Ma quando interroghiamo ossessivamente lo stesso argomento, entra in gioco anche il nostro modo di porci davanti alle carte: cerchiamo particolari, confrontiamo ogni Arcano con quello uscito la volta precedente e rischiamo di interpretare tutto attraverso la risposta che temiamo o desideriamo.
Qualche volta la lettura più utile è proprio quella che non facciamo.
Il futuro si può interrogare senza viverne prigionieri
Non credo che per avere un rapporto sano con i Tarocchi sia necessario smettere di fare domande sul futuro. Sono una cartomante e non avrei molto senso se sostenessi il contrario. Sapere quale sviluppo mostrano le carte può essere interessante, utile e, qualche volta, anche sorprendente.
Quello che considero importante è ricordare la differenza tra interrogare il futuro e cominciare a vivere aspettando che la previsione si realizzi.
Se una lettura mostra un possibile ritorno, per esempio, quella possibilità non dovrebbe obbligarci a mettere la nostra vita in pausa. Possiamo tenerne conto e contemporaneamente continuare a vivere, conoscere persone, fare progetti, cambiare idea. E se le carte mostrano invece una chiusura, possiamo attraversare ciò che proviamo senza trasformare quella lettura in una sentenza scolpita nella pietra.
Il futuro è probabilmente una delle ragioni più antiche per cui gli esseri umani si rivolgono agli strumenti divinatori. La curiosità verso ciò che ancora non conosciamo ci appartiene. Ma una cosa è affacciarsi alla finestra per vedere che tempo sembra arrivare; un’altra è sedersi davanti alla finestra e non muoversi più finché il cielo non corrisponde alle previsioni.
Quando la stessa domanda nasconde una domanda diversa
C’è poi un’altra possibilità che trovo particolarmente interessante. A volte continuiamo a ripetere una domanda perché quella che stiamo facendo non è davvero la domanda che abbiamo bisogno di affrontare.
“Tornerà?” può nascondere “Perché non riesco a lasciarlo andare?”. “Mi cercherà?” può contenere “Perché il suo silenzio mi fa stare così male?”. “Questa relazione continuerà?” può diventare “Io sto bene dentro questa relazione?”. E una domanda sul lavoro apparentemente molto concreta può nascondere la paura di fallire, di esporsi o di rinunciare a una sicurezza che ormai ci sta stretta.
Questo non significa che la prima domanda sia sbagliata. Posso benissimo voler sapere se una persona tornerà e chiedere alle carte proprio quello. Ma se mi accorgo che ho bisogno di rifarlo continuamente, forse vale la pena guardare anche ciò che succede dall’altra parte del tavolo, prima ancora di girare un nuovo Arcano.
È uno dei momenti nei quali il confine tra cartomanzia tradizionale e approccio evolutivo, almeno per me, praticamente scompare. Posso leggere ciò che le carte mostrano sul possibile sviluppo della situazione e nello stesso tempo accorgermi che c’è qualcosa di molto presente, qui e ora, che merita altrettanta attenzione.
Una buona lettura dovrebbe lasciarci tornare alla nostra vita
Non esiste una regola matematica che stabilisca quanti giorni debbano passare prima di poter rifare una domanda. Non credo molto nei regolamenti applicati ai Tarocchi come se avessero un libretto di istruzioni universale. Preferisco una domanda più semplice: da quando ho fatto quella lettura, è successo qualcosa che rende davvero nuova la situazione?
Se la risposta è sì, possiamo tornare alle carte e vedere che cosa mostrano adesso. Se la risposta è no e sentiamo soltanto un bisogno urgente di chiedere ancora, può essere interessante aspettare. Non come punizione e nemmeno perché “le carte si offendono”, ma perché forse in quel momento non abbiamo bisogno di un’altra risposta. Abbiamo bisogno di vedere che cosa facciamo con quella che abbiamo già ricevuto.
Per me una buona lettura non è quella che fa venire voglia di prenotarne immediatamente un’altra per essere sicuri. È quella che, una volta chiuso il mazzo, lascia qualcosa su cui pensare e ci permette di tornare alla nostra giornata.
Poi le cose si muovono, accade qualcosa, nasce una domanda nuova e possiamo incontrarci di nuovo davanti alle carte.
Ma se sono passate quarantotto ore e siamo già alla quarta variante di “mi scriverà?”, forse prima di mescolare nuovamente il mazzo possiamo almeno concedergli un caffè.